Conferenza di Doha: tre gli obiettivi, poche le speranze

di luca.pistolesi 29 novembre 2012

Si è aperta a Doha (Qatar) la diciottesima Conferenza Onu sui Cambiamenti Climatici (COP18), che terminerà il 7 dicembre. I 119 Paesi partecipanti sono chiamati a prendere provvedimenti per contrastare il surriscaldamento globale e i suoi drammatici effetti sul clima del Pianeta, non ultimi gli eventi catastrofici che si stanno verificando con intensità e frequenza sempre maggiore.

LE POSIZIONI DI PARTENZA
La situazione di crisi economica globale pesa come un macigno sui negoziati sul clima. Le tematiche ambientali rischiano infatti di essere messe in secondo piano anche da quegli stati (Unione Europea in primis) che in passato hanno spinto senza riserve per una presa di posizione netta. Le precedenti conferenze sul clima, da Bahli a Copenhagen, da Cancun a Durban, hanno ottenuto risultati deludenti e marginali, rinviando i problemi più spinosi: in ciascuna di esse è stato fallito il tentativo di imporre un tetto vincolante globale alle emissioni di gas serra.

Via via alcuni Paesi, in particolare Brasile, Sud Africa, India e Cina (riuniti nell’acronimo BASIC), si sono allineati su una posizione oltranzista: secondo loro, visto che l’inquinamento è stato causato dai Paesi di prima e seconda industrializzazione è a questi Paesi che va fatto pagare il conto, limitandone le emissioni e obbligandoli a pagare per aiutare i Paesi più poveri a riconvertirsi verso l’energia pulita e il risparmio energetico. Il problema è che proprio la Cina e l’India sono attualmente il primo e il terzo Paese più inquinante.

L’Europa, come detto, è stata la potenza mondiale più decisa nel ridurre le emissioni e nel ricercare un accordo globale, ma ora paga pesantemente lo scotto della crisi economica e finanziaria dei suoi Paesi membri. “Ovviamente, quando l’intera popolazione UE è in fase di proteste contro l’austerità, non è esattamente il momento di parlare di finanziamento verde”, ha dichiarato il commissario per l’ambiente Connie Hedegaard.

Infine, gli Stati Uniti di Obama sono ancora fermi alle loro posizioni “minimali”, con impegni di riduzione ridicoli (intorno al 3-4%) e con un no secco a sottoscrivere accordi vincolanti.

GLI OBIETTIVI
All’ordine del giorno ci sono tre obiettivi, tutti molto difficili da raggiungere:
1) Prolungare gli effetti del Protocollo di Kyoto fino al 2020: in attesa di un accordo vincolante per tutti, gli Stati che avevano firmato a Kyoto si dovrebbero mettere d’accordo sul livello di riduzione delle emissioni da qui al 2020. Visto il raffreddamento degli entusiasmi dell’UE e la posizione negativa di Canada, Giappone e Russia, non sono previsti passi avanti su questo fronte.
2) Preparare l’accordo vincolante che entrerà in vigore nel 2020: l’obiettivo più difficile, e anche il più lontano. Difficile che a Doha si riesca dove si è fallito a Copenhagen, Cancun e Durban.
3) Finanziare il fondo da 100 miliardi di dollari fino al 2020 per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad ammodernare le loro tecnologie: su questo fronte, l’Unione Europea ha fatto la sua parte, contribuendo con circa 7,2 miliardi al fondo di partenza (Fast Start Fund), ma stando alle parole del commissario all’ambiente Hedegaard, non è detto che continui a farlo. Qualche buona notizia su questo terzo fronte potrebbe salvare la Conferenza di Doha da un preannunciato fallimento.

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